Tutta la vita davanti

Consiglio a tutti la visione del film “tutta la vita davanti”, i contenuti sono molto attuali e rispecchiano la triste realtà del nostro paese e la dolente nota del precariato. Regia di Paolo Virzì; con Isabella Ragonese, Sabrina Ferilli, Massimo Ghini, Valerio Mastandrea, Elio Germano, Corrado Fortuna, Micaela Ramazzotti e voce narrante di Laura Morante.

Marta, si laurea in Filosofia con lode e abbraccio accademico dalla commissione ma riesce a trovare lavoro solo in un call center e come baby-sitter della figlia di Sonia, fragile e ignorante.
Sarà proprio questa “Pamela Anderson all’italiana” a introdurla nel call center della Multiple, azienda specializzata nella vendita di un apparecchio di depurazione dell’acqua apparentemente miracoloso e venduto ad un prezzo dieci volte maggiore del suo valore reale.

Le dipendenti iniziano la loro giornata lavorativa pilotate da una capo-reparto frenetica e fuori dal mondo, convinta che il suo capo lasci la moglie per lei. Il clima è davvero surreale ma rappresenta la realtà vissuta da milioni di lavoratori, che vengono completamente plagiati e lobotomizzati, per inseguire obiettivi insignificanti e privi di logica, illusi da vacanze premio e sms di incoraggiamento.

Le vittime sono giovani precari, tutti, anche i cinici carnefici (Ghini e Ferilli) sono uniti dalla stessa ansia per il fututo che per alcuni si trasformerà in una disperazione folle… Anche il ruolo del Sindacato rappresenta una triste realtà, si continua a predicare bene e a razzolare male, Giorgio Conforti (Valerio Mastrandrea), in maniera molto superficiale ed evanescente tenta di cambiare le cose.

Marta nonostante tutto ci crede, ha quella marcia in più, sicuramente dovuta ai suoi studi, che le hanno permesso di avere un’ apertura mentale maggiore rispetto alla maggior parte delle sue decerebrate colleghe, alla fine credo che il suo atteggiamento positivo possa aiutare milioni di telefoniste in giro per l’Italia, magari con tanto di laurea in tasca.

Da non perdere!!

:-)

10 Responses to “Tutta la vita davanti”

  1. Fabrizio Says:

    Non ho ancora avuto il piacere di vedere il film, cosa che farò al più presto, ma sono convinto che la triste realtà che riporta sia ormai una costante per molti lavoratori italiani, con sempre meno certezze in tasca e un’ansia del futuro sempre maggiore

    D’altra parte vedo anche tanti lavoratori con le spalle coperte però che lavorano poco e che non si preoccupano di far rimanere a galla la stessa barca sulla quale sono imbarcati.

    Credo quindi che per avere un futuro migliore sia necessario uno sforzo sia da parte degli imprenditori, che non devono considerare il personale come una merce, sia da parte dei lavoratori che non devono considerare l’imprenditore come il “padrone”, ma capire che in un mondo dinamico e complicato come il nostro l’azienda è una squadra che funziona solo se tutti collaborano.

    Non appena l’avrò visto non mancherò di farti altri commenti ;-)

  2. cercopitecoallegro Says:

    Cara Simona, a me francamente il film ha fatto incavolare non poco. Mi sembra si chiuda in un approccio “aristocratico” di chi ha la pretesa di avere la verita’ in mano: ci sono i buoni e i cattivi, e i cattivi sono la maggior parte (si puo’ al massimo provare pena per la loro pochezza). Non c’e’ luce in fondo al tunnel.

    Preferisco chi una qualche forma di senso prova a cercarla in questo mondo di m…, prova a leggere questo estratto, soprattutto il secondo racconto, e’ illuminante:

    http://www.resistenzaumana.it/wp-content/uploads//2008/05/abbracciare1.pdf

    Un saluto!
    Cercopitecoallegro

  3. simona Says:

    Caro Cercopitecoallegro,
    debbo dire che il tuo racconto rispecchia perfettamente la realtà lavorativa di noi tutti, credo che sia rigorosamente importante mantenere alta la guardia e sempre viva la criticità, altrimenti si rischia di finire ad abbracciare un orso come accade nel tuo call center… Spero che sia solo un racconto altrimenti ti consiglio di fare le valigie ed espatriare in luoghi migliori!? Sempre che ce ne siano…ma la speranza è l’ultima a morire, aspetto il seguito!!
    Un saluto

  4. primaopoilimandotuttiafarsifottere Says:

    Buono il film… bravi gli attori… ma la realtà è un’altra cosa, è molto peggio!
    Per sintetizzare i punti salienti del film ma anche le rispondenze con la realtà:
    - Una generazione di coglioni; i lavoratori del call center sono quanto di più DISDICEVOLE si possa vedere: superficialità, plagiabilità, venalità, competitività esasperata, individualismo, etc);
    - Lavori basati sul raggiro (il marketing e la comunicazione non devono trovare espressione così bieca! viva il consumo consapevole! viva l’azienda etica!);
    - Sindacalisti caricatura (questo è forse verosimile ma tutto ciò non fa che avvalorare il processo di desindacalizzazione fortemente sostenuto dal padronato – in ogni ambiente si inizia a privilegiare la trattativa privata, il “furbismo” è l’ideologia più trendy che ci sia; gli idealisti sono dei poveri coglioni in sostanza);
    - e poi, “la laurea non ti serve a un cazzo”… che dire?
    - e ancora, il dirigente più ignorante di una zappa…che pensare?

    In somma un “ritrattino” dell’attuale mondo del lavoro che però dimentica alcuni esemplari:
    - il lecchino “inaridito” dalla disperata ricerca di gratificazioni;
    - l’inetto che gestisce con incredibile “savoir faire” la propria posizione (in fondo bastano un foglio in mano e uno sguardo assorto)
    - l’ignorante e incompetente (parente stretto del precedente ma senza “savoir faire”) che galleggia imperterrito utilizzando disarticolate domande piuttosto che semplici affermazioni (tecnica pregevole per dire e non dire, e soprattutto non far capire che non si sa);
    - il furbissimo, animale da combattimento che con mirabile sagacia sa sempre posizionarsi in modo da non colpire o essere colpito (forma di mimetizzazione degna se non superiore a quella del camaleonte) – peccato tanta abilità sprecata!
    - il “fumogeno”, altra mirabile quanto dannosissima tipologia: si tratta di soggetto abile che ha compreso che una buona interpretazione supera per efficacia un effettivo rendimento, della serie “mamma mia quanto sono stanco, ho troppe cose da fare, etc. etc..
    - e altri ancora che non vale descrivere perchè si tratta di cloni, più o meno riusciti, o varianti dei soggetti di cui sopra (sono giovani devono crescere!).

    Insomma, verrebbe voglia di organizzare tanti Vday dedicati ma… la mattina ci alziamo e ricominciamo a lavorare, ci guardiamo intorno con tristezza, salutiamo i salutabili, facciamo del nostro meglio, ci sforziamo di apparire credibili, e così via… perchè in fondo siamo aziendalisti (BISOGNA DIFENDERE IL POSTO DI LAVORO) e crediamo in quello che facciamo (NOI).

    MA ESISTE UNA GIUSTIZIA! PRIMA O POI VINCEREMO NOI… (sì, rimango ottimista! ora più che mai: stiamo uccidendo il peggio e non si puo che migliorare).

  5. cercopitecoallegro Says:

    Cara Simona,

    il racconto non e’ mio ;) , e’ solo un estratto dal libro “Abbracciare l’Orso” che mi e’ piaciuto molto. Lo citavo come bell’esempio di resistenza alla depersonalizzazione della vita in ufficio.

    Mi riferivo in particolare al secondo dei due racconti: “cortesia”, quando dice: “… trovo soddisfazione nell’essere cortese. Sarà anche perché mi metto nei loro panni, quando mi trovo io dall’altra parte vorrei essere trattato così, e allora comincio io. Però c’è un fatto. In realtà l’azienda è convinta che tutti quelli che lavorano al call center lo fanno per forza e
    sono scoglionati, per cui ci impone una cortesia finta, fatta di frasi stereotipate che dobbiamo usare per forza. E questo mi impedisce di mettere in atto la mia cortesia vera, il mio modo di esprimermi, di occuparmi di quella persona. Io non rifiuto affatto questo lavoro, anzi, dico queste cose proprio perché non voglio rifiutarlo, voglio dargli un senso.

    Questa per me dovrebbe lo spirito. Anche perche’ io, lavorando come ricercatore, non posso fare a meno di metterci tutto me stesso e tutta la mia passione in cio’ che faccio. Poi mi rendo conto che in un call-center sia molto piu’ difficile farlo, ma almeno provarci mi sembra “nobile”.

    Un saluto
    Cercopitecoallegro

  6. simona Says:

    Caro Cercopitecoallegro
    adesso è tutto più caro, il racconto lo hai preso come termine di paragone del film: “Tutta la vita davanti”… Ci siamo capiti comunque, credo che il problema reale non sia quello di lavorare in un call center ma quello di trovare un senso nel proprio lavoro, io insegno in una scuola ma anche qui, non credere, è difficile mantenere una propria identità. L’entusiasmo che continuo ad avere nonostante tutto, è dovuto alla passione che provo ad insegnare qualcosa di “utile” ai miei allievi, che vada oltre la grammatica e la letteratura italiana. Buona fortuna per tutto!!

  7. unaqualunque Says:

    Ti mando,vista la tua attenzione e VERO interesse per il tuo lavoro, un articolo recentemente pubblicato sul sito di Repubblica. Credo, inoltre, che in alcune circostanze, non siano tanto gli studenti ad “affaticare” gli insegnanti, quanto un ambiente malsano; ambiente che, invece, dovrebbe dispensare chiarezza, disponibilità, comprensione, sano scambio. Solo così tutti gli insegnanti di una scuola potranno affrontare con coscienza e comune accordo qualunque disagio possa intervenire. Chiediamo ai nostri presidi di scendere dalla loro cattedra, spesso poggiata su una predella marcia, e di sostenere un clima propositivo e attento per tutti gli attori della scuola.

    SCUOLA & GIOVANI

    di SALVO INTRAVAIA

    Il “male” degli insegnanti è in rapida crescita e i dirigenti scolastici non sanno come affrontarlo. Ma, secondo gli stessi presidi, neppure i medici sono consapevoli delle patologie psichiatriche cui gli insegnanti vanno incontro nel corso della carriera e le sottovalutano. Il quadro, per nulla confortante, emerge da uno studio, condotto dall’Anp (l’Associazione nazionale dei dirigenti e delle alte professionalità della scuola) in collaborazione con la fondazione Iard, presentato questa mattina.
    In Francia, dopo gli ultimi allarmanti dati sui suicidi tra i docenti, il governo è corso ai ripari affiancando uno psichiatra di supporto ogni 300 insegnanti. “In Italia – dichiara Vittorio Lodolo Doria, medico e responsabile dell’area Studio e tutela del benessere psicofisico degli operatori scolastici dello Iard – nessuno si preoccupa di un fenomeno che è soggetto ad un rapido aumento”.

    Nel 2004, un articolo dello stesso Doria (ed altri) pubblicato sulla Medicina del Lavoro, dimostrava come gli insegnanti del Bel Paese rappresentino una delle categorie maggiormente soggette a malattie psichiatriche. Su 774 richieste di inabilità al lavoro presentate da maestre e prof, metà (49,8 per cento) era causata da patologia psichiatrica. Tra gli impiegati, l’incidenza dello stesso tipo di disturbo si attestava al 37 per cento per scendere al 17 per cento fra gli operai. Oggi, secondo le ultime rilevazioni, la percentuale di “psicopatie” tra le richieste di inabilità al lavoro nei docenti è al 70 per cento. “Segno che il problema va affrontato subito e non è più possibile aspettare”, spiega Lodolo Doria.

    Di fronte ad alunni sempre più “vivaci” e ad una scuola complessa e stressante, un numero crescente di insegnanti annaspa. E i dirigenti scolastici, di fronte ai casi limite sempre più frequenti, non sanno che pesci prendere. L’indagine Anp-Iard ha preso in considerazione oltre 1.400 questionari compilati da dirigenti scolastici o stretti collaboratori all’opera in 11 regioni italiane. Due su tre hanno dichiarato di avere “dovuto affrontare, almeno una volta in prima persona, casi di disagio mentale professionale”. Meno di un dirigente scolastico su 4 “è a conoscenza dei rischi di salute di origine professionale negli insegnanti: la gran parte si limita a riconoscere un malessere (il “burnout”, letteralmente la “fusione”) rifiutando di pensare che questo malessere possa evolvere in patologia psichiatrica”.

    Ma non solo. Solo 3 presidi su 10 di fronte agli insegnanti “scoppiati” si “sentono professionalmente all’altezza della situazione”. Coloro che non hanno mai affrontato direttamente casi di disagio mentale degli prof “sottovalutano i rischi di incolumità dell’utenza” e 2 dirigenti su 3 confessano di non sentirsi “opportunamente appoggiati dagli uffici competenti”: Uffici scolastici provinciali (gli ex provveditorati) e regionali.

    Il grido di aiuto lanciato dai presidi, che chiedono sul tema maggiore formazione, si trasforma in atto d’accusa nei confronti dei medici. Il 40 per cento dichiara, infatti, che i medici “come l’opinione pubblica non sono informati” e “nutrono gli stessi stereotipi dell’opinione pubblica. Anche secondo i medici fare l’insegnate sarebbe un lavoro leggero. “Da quando – dichiara Giorgio Rembado, presidente dell’Anp – sono venuti in superficie i numerosi contrasti che il confronto intergenerazionale provoca dentro le aule l’opinione pubblica sta scoprendo una realtà tanto dissimile dall’idea di scuola che si era fatta da far gridare, anche a ragione, all’esplosione di un’emergenza educativa”.

    Emergenza che richiede “un approccio più ragionato attraverso l’utilizzo degli strumenti che l’analisi scientifica mette a disposizione”. “Il malessere di cui si parla – spiega Rembado – affligge in primo luogo gli insegnanti” ma non dobbiamo dimenticare “il dovere di tutelare gli studenti di fronte a docenti colpiti da sindrome di disagio mentale professionale”. Insomma, “non si può girare la testa dall’altra parte”.
    (21 maggio 2008)

  8. simona Says:

    Carissima unaqualunque,
    l’articolo purtroppo non ha fatto altro che confermare quello che vivo nel quotidiano, ancora con sano distacco…

    Quello dell’insegnante, oggi, è veramente un lavoro che può portare all’alienazione e alle varie psicopatologie tanto citate dagli strizzacervelli.
    Credo che per preservare un po’di lucidità, bisogna mantenersi critici e distaccati da certe situazioni, soprattutto quando noti che alcuni colleghi iniziano a perdersi nei meandri della “selva oscura”…

    E’ molto importante anche avere amici, veri, all’interno del posto di lavoro, in questo modo il rischio alienazione diminuisce e forse un giorno colpirà chi, forse senza rendersene conto, sta distruggendo uno dei lavori più belli del mondo, sarà la burocrazia?

  9. Steffef Says:

    Yo prof!
    Ma se il tema lo devi davvero pubblicare su qualche blog, è il caso di segnalare alcuni errrori:
    1) il mondo non riparte il 12 dicembre 2012 bensì il 21/12/2012

    2) il ciclo del calendario maya è di 5.125 anni non 4.830..

    —–>ci si vede a scuola…

  10. simona Says:

    Stefano caro,
    i tuoi non sono errori gravi, nn temere , avevo notato i nove giorni di differenza del 1 comma, anche se per il 2 comma gli anni del calendario maya dovrebbero essere 5.124, se vogliamo essere proprio fiscali. Comunque il tema l’ho corretto in mattinata e l’onore di trascriverlo sul mio blog lo lascio a te! Ci vediamo lunedì.
    Ripassa le parti dello spettacolo mi raccomando che il 12 giugno si avvicina!!

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