Come uccidere un formatore:
mercoledì, luglio 11th, 2007…è semplice, basta sabotare il motore che ogni giorno lo conduce in aula a combattere una battaglia contro l’evidente “degrado culturale”. Degrado culturale di cui si parla in parlamento, in tv o in autobus ma che si vive nella sua pienezza solo nelle nostre classi. Quanto è bello parlare da lontano, così lontano da potersi permettere di formulare strabilianti concetti di pura pedagogia o dissertare amabilmente su quanto si dovrebbe e potrebbe fare. …il motore dunque; per motore intendiamo la reale volontà di fare qualcosa per i ragazzi che ci ritroviamo di fronte; chiamatela etica del lavoro oppure reminiscenza dell’impegno politico di un tempo o residuale senso di solidarietà cristiana o chissà cosa. Di certo rappresenta la spinta ideale che ci fa amare questo lavoro. I ragazzi di cui parliamo sono quelli che ti guardano con sospetto dal primo giorno, che usano quello strano mix di linguaggio di strada, dialetto e contrazioni da “generazione x”; sono quelli che hanno già patito l’umiliazione delle bocciature nelle scuole medie se non nelle elementari; quelli, insomma, con tatuato addosso il marchio del fallimento. E noi, i formatori, così diversi l’uno dall’altro, con provenienze disparate, con storie personali particolari: il vecchio formatore, il giovane neolaureato, l’ex professionista senza successo, il raccomandato e basta. Tutti diversi che nel tempo imparano a confrontarsi e a concentrarsi sull’oggetto della nostra missione: i ragazzi. Siamo educatori, domatori, intrattenitori o quanto necessita a gestire le classi, siamo un mirabile esempio di flessibilità.
Quanta sperimentazione quotidiana si aggiunge alla sperimentazione dettata dal decreto ministeriale di turno. Quanta fatica nell’affrontare una massa informe, che cambia giorno dopo giorno, imprevedibile e spesso ingestibile. Quanta fatica per costringere questa umanità nelle rigorose ed intelligenti griglie della valutazione: non adeguato, adeguato, intermedio, avanzato…declinazione evoluta dei livelli di apprendimento ma che, nella sua applicazione, diventa l’ennesimo esempio di retorica burocratica. Il balbettio di un soggetto introverso vale lo sguaiato ma fluido dialetto dell’estroverso? Non si sa con certezza, perché sono infiniti i parametri della valutazione, e noi, come dotti scienziati della formazione, chini sugli stessi banchi pieni di bestemmie e cuori trafitti, con il pensiero ancora inondato dalla moltitudine di sollecitazioni verbali e non di una classe; noi costretti con un foglio bianco che deve diventare “report” o con un “foglio” scritto dai luminari da interpretare e calare nella nostra realtà. Questa è solo una breve lamentazione su alcune delle fatiche che “condiscono” il nostro operare quotidiano ma rispetto alle quali siamo ormai attrezzati, i formatori sono depositari dei “mille” trucchi del mestiere… lo sguardo, il tono della voce, un atteggiamento studiato o il sano pragmatismo nell’affrontare la foresta di carta in cui ci avventuriamo sprezzanti del pericolo. Siamo abili naviganti con il portamento eretto di chi si sente “utile eroe” di questi tempi, ma nel contempo con il fisico “usurato” dai chilometri percorsi, dalle risse sedate o semplicemente dal fiume di parole che fluisce ininterrotto dalle nostre gole. Ma neanche questo riesce a fermarci, il nostro lavoro ci piace da morire…ma qualcuno ha capito come sabotare il nostro motore, con perfida ma grossolana furbizia ha individuato il nostro punto debole: la dignità. L’attacco è giunto impietoso, vigliaccamente alle spalle… si è detto che non siamo efficienti, che il nostro operato deve essere meramente “quantificato”, hanno deciso che la tanto decantata centralità dell’utente (l’allievo e la sua famiglia per intenderci) deve diventare “customer care”, hanno voluto che il marketing si insinuasse mellifluo in un processo che nulla vorrebbe avere a che fare con le logiche del mercato. Rischiamo di trovarci all’improvviso quali ingranaggi di un meccanismo, operai “specializzati ma non troppo” di una catena di montaggio… una brutta storia per chi non vorrebbe rinunciare ad un ruolo ed ad una funzione che, ormai timidamente, definiremmo essenziale.
Giorgio Ascenzi
